By DOMNIQUE D'AMBROSI 08 Jun, 2017

Avete mai sentito o pronunciato l’espressione “Canta che ti passa”? Ma cosa significa? Per molti cantare è un hobby, una passione; c’è chi lo fa in una band, chi da solista, chi al karaoke, e chi al piano bar. Io mi voglio soffermare però sui benefici del cantare all’interno di un coro.

Esiste un vero e proprio filone di studi in psicologia, biologia e clinica che si occupa di analizzare gli esiti del canto corale negli individui e nei gruppi di persone.

Il punto forza del canto corale è quello di   regolare le emozioni,   la comunicazione e la relazione   collaborativa con gli altri, essendo la voce, riflesso dello stato fisico, emotivo e spirituale, quindi dello stato di salute globale dell’individuo.

Solo in Italia ci sono almeno 3 milioni di coristi, in Europa 34, negli Stati Uniti altri 23 milioni.

Dai risultati di tali ricerche emerge che il canto coinvolge tutto l’organismo.

A livello fisiologico, il canto implica una respirazione più profonda, consapevole e regolare, che influenza sia il sistema cardiocircolatorio che la produzione di ormoni legati allo stress. Le frequenze cardiache vengono inondate completamente dalla melodia della musica permettendo una sincronizzazione tra il respiro e i battiti e permettendo così una notevole riduzione delle tensioni muscolari.

E’ stato dimostrato che nel giro di pochi secondi i cuori cominciano a battere all'unisono, si accordano tra loro, e la sensazione dei cantanti è quella di far parte di un tutt'uno armonico, dove le energie liberate dal singolo, tornano ad esse moltiplicate.  

A livello cognitivo, nei coristi aumentano attenzione, concentrazione e memorizzazione, e il pensiero si fa più ordinato.

A livello ormonale, la produzione di cortisolo, l’ormone dello stress, cala, mentre aumenta quella di ormoni del benessere come ossitocina, serotonina ed endorfine, dopamina e cortisolo riducendo così i livelli di stress e depressione.

 

La sintonia fisiologica, acquisita attraverso il respirare insieme, diventa anche psicologica ed emotiva: ecco perché l’attività corale crea coesione anche tra persone che non si conoscono. Cantando in compagnia si canalizzano le energie e si controllano le emozioni. Ci si libera di tristezza, rabbia e paura provando gioia. Respirare insieme induce quindi verosimilmente un allineamento della "fisiologia" dei partecipanti, come se i loro corpi viaggiassero tutti "sulla stessa frequenza". Questo vissuto di "sintonia fisiologica" può plausibilmente essere collegato ad un corrispettivo senso di sintonia psicologica ed emotiva.  Il controllo della respirazione, che i coristi devono attuare per cantare insieme, porta a dei parametri simili a quelli di chi pratica yoga. Si è quindi dimostrato che il canto ha gli stessi effetti benefici della meditazione, in particolare sul sistema cardiovascolare.

Nel partecipare ad attività corali non solo la persona trae un beneficio personale, facilitato dalle caratteristiche dell'attività in sé, ma la propria azione è parte integrante di un'azione collettiva: il risultato dipende dal singolo contributo ed il risultato è qualcosa di diverso dalla semplice somma delle singole parti. Di fatto, si partecipa insieme alla creazione di qualcosa di unico, di bello, che fa stare bene sia individualmente che come gruppo. Non solo: la consapevolezza di far parte di una rete di individui reciprocamente interdipendenti, riduce i livelli di stress e aumenta la sensazione di poter far fronte efficacemente alle difficoltà.

A livello sociale, perchè mai dovrebbe esserci interesse scientifico per le realtà corali? Beh, anzitutto, per il loro ruolo sociale: sempre più spesso, infatti, l'istituzione di cori non viene promossa più solo in ambiti didattici (conservatori, scuole e istituti musicali etc.) e istituzionali (Università, corpi armati, etc.) ma anche nel sociale (parrocchie, centri culturali, di accoglienza, di aggregazione, etc.). Perchè? Perchè il coro è risultato un efficace strumento per rafforzare i legami sociali e promuovere il coinvolgimento di gruppi socialmente svantaggiati, come ad esempio anziani e senza tetto (Bailey and Davidson, 2002, 2005; Davidson, 2009). I partecipanti a queste iniziative riportano nel tempo un aumento di benessere personale, di senso di appartenenza e sostegno sociale, di autoefficacia ed autostima.

I cori a più voci richiedono, e aiutano a sviluppare, una grande capacità di ascolto: le diverse "sezioni" infatti dovranno unirsi senza sovrapporsi. Il canto corale rappresenta una sorta di metafora della vita nella quale il rapporto tra io e gli altri è in continuo divenire, richiede costanti aggiustamenti, ogni voce che entra nel gruppo porterà alla ricerca di nuovi equilibri dell'insieme. Infine, cantare libera la mente, consente di far piazza pulita dai pensieri negativi.

E' bene quindi fidarsi del detto, che ci invita a cantare in attesa che passi...Meglio se in coro!

Dunque, cantate e cantate insieme, cari lettori, perché cantare in coro fa bene e allunga la vita!


´╗┐Dott.ssa Dominique D'Ambrosi

By DOMNIQUE D'AMBROSI 08 Jun, 2017

Sabato 27 maggio ho preso parte ad una lectio magistralis tenuta dal Prof. Luigi Baldascini (psichiatra e psicoterapeuta) sulla “Solitudine degli Adolescenti” e vorrei condividerne con voi il resoconto di quella ricca giornata. In un periodo in cui sempre più si parla dei nostri ragazzi (e purtroppo la maggior parte delle volte attraverso storie negative), è giusto condividere quanto più sapere possibile al fine di prevenire e sensibilizzare tutti voi.

Come sostiene Heidegger ognuno di noi è un progetto gettato, da realizzare. Realizzazione che può essere tale solo se spinti da quei desideri che ci portano oltre l’istintività animale di vita e di morte. I desideri, come sappiamo, nascono dalle nostre mancanze, e quel desiderio che ci spinge e permette di realizzarci, di andare oltre, di non fermarci al noto, al familiare, ma di esplorare nuovi orizzonti, è quello di conoscenza.

“Il vero ricercatore è incuriosito da ciò che non capisce e ciò lo spinge a studiarlo per capirne di più” (L. Baldascini)

Ma come mai oggi questo desiderio di conoscenza, è marginale tra i ragazzi?

Se vogliamo capire perché ci sono tutte queste difficoltà dobbiamo dare uno sguardo al pensiero storico, di crisi, non solo economica ma anche e soprattutto di valori. Un’epoca in cui si passa dall’etica all’estetica, dall’umanità alla visibilità. In cui il punto di riferimento sociale cambia passando da Edipo a Narciso, dall’affermare la propria identità con il ribellarsi alle autorità (simbolo di un padre che ti blocca nell’infanzia) all’allearsi con gli adulti, senza opposizione, con il fine ultimo di apparire, piacersi e piacere. L’unico obiettivo per Narciso è quello di vedere riflessa la propria immagine nello specchio sociale, ossia necessita che venga riconosciuta e rispecchiata la sua intima essenza: non gli importa per esempio se i risultati scolastici sono scarsi ma si mortifica, se il valore della sua persona non viene riconosciuto. La sua debolezza consiste proprio nella sua dipendenza dal riconoscimento da parte del mondo in cui vive, e qualora non venga adeguatamente apprezzato, la mortificazione e l’umiliazione che ne derivano gli risultano intollerabili: il dolore che sperimenta scende in profondità, producendo rabbia impotente e un micidiale progetto vendicativo (qualche volta di tipo autolesionista). Se è messo alla gogna Narciso può diventare molto violento e cattivo, perché non è in grado di identificarsi con chi soffre del dolore che infligge nel tentativo di restaurare la propria bellezza. Come Edipo era vittima del senso di colpa nel momento in cui infrangeva le norme che gli erano state imposte, così Narciso è vittima di un profondo sentimento di vergogna quando non riesce a essere all’altezza del suo progetto (o sogno) di sé; ma mentre la colpa può essere espiata, la vergogna rimane per sempre, a meno di riuscire a cancellarla in una dimensione prestazionale che lo riabiliti ai propri occhi e a quelli del suo pubblico, ad esempio con il suicidio. Lo specchio social(e) è quello dei cellulari, tablet, pc: l’unico specchio in cui ci si riesce a specchiare e ci si blocca. Blocco che impedisce di alzare lo sguardo, di guardare oltre, di incuriosirsi. Ma si può andare oltre? E come? Cosa possiamo insegnare ai nostri figli? Imparare prima noi stessi, per poi poter aiutare i nostri figli, ad andare oltre, a guardare l’ignoto con gli occhi della curiosità, dell’esplorazione, senza troppa paura. Partire da se stessi, dall’amor proprio, per raggiungere ed incontrare l’altro, amandolo allo stesso modo, nei suoi pregi e nei suoi difetti. Amarlo e accettarlo anche e soprattutto nelle differenze. Amare la vita, la natura, il mondo. I giovani di oggi non sanno sviluppare e riconoscere l’amore come creatività e talento, come possibilità di generare e creare, di inventare per se stessi e per gli altri. Dobbiamo imparare a recepire il senso delle cose, della vita, a godere, a essere soddisfatti, altrimenti ci blocchiamo in un mondo che non ci fa andare avanti ma che crea solo dipendenza. Cambiare la visione verso la vita, l’amore, verso ciò che ci permette di essere soddisfatti. Dobbiamo farlo insieme, cooperando. Dobbiamo sconfiggere quella necessità di Narciso di essere solo visto e acclamato, di realizzarsi solo visibilmente senza potere. Se riusciamo in ciò salveremo lui e tutti noi dalla vergogna, quella vergogna che porta i ragazzi ad isolarsi, ad uccidersi per evitare il contatto con l’altro. Insegniamo loro a non scappare dalle difficoltà, a non reagire aggredendo o isolandosi, ma a interagire, a dialogare. Facciamoli sentire ascoltati e compresi nelle loro paure, nei loro timori aiutandoli a liberarsi dallo stagno, lo stesso in cui Narciso è morto pur di seguire se stesso e la sua immagine. Per aiutare loro dobbiamo chiederci in primis noi come educatori e genitori se siamo in grado di riconoscere le loro difficoltà e le loro paure. Se siamo pronti a lasciar crescere i nostri figli in modo sano. Aiutarli ad uscire di casa e spingerli verso il mondo, spingerli ad esplorare quanto di più bello c’è al di fuori.

Andare oltre il conosciuto è ciò che ci permette di evolvere come esseri umani!


Dott.ssa Dominique D'Ambrosi 


By DOMNIQUE D'AMBROSI 08 May, 2017

Questo articolo decido di scriverlo dopo aver incontrato G. (nome di fantasia) e la sua famiglia. 

G. è un bambino di 6 anni che, dopo aver perso la madre in seguito ad una malattia, comincia a manifestare sintomi psicosomatici. Dall’incontro avuto con tutta la famiglia, subito mi accorgo che a G. non era stato spiegato nulla di quanto accaduto, che le sue paure non erano stato accolte e lui aveva sviluppato fantasie e malesseri legati al processo di elaborazione del lutto. Perché è accaduto ciò? Perché a volte anche per noi adulti è difficile accettare l’accaduto e siamo momentaneamente assenti ai bisogni dei bambini. Ma essi come sempre, ci richiamano al lavoro.

Affrontare la morte di qualcuno che si ama è un processo difficile a qualsiasi età, ma lo è in particolar modo quando si è bambini. Noi adulti tendiamo naturalmente e spontaneamente a proteggere i bambini dal dolore emotivo convinti che essi non possiedano le risorse affettive e cognitive necessarie ad affrontare la morte. Il disagio provato dagli adulti nei confronti della mortalità e del processo del lutto influenza però negativamente la possibilità di una loro comprensione da parte del bambino. Sebbene avvenga con modalità differenti rispetto a quelle degli adulti ed in stretta relazione al livello di sviluppo cognitivo ed affettivo raggiunto, alle caratteristiche individuali e alle esperienze familiari e di vita pregresse, anche i bambini più piccoli reagiscono emotivamente alla perdita di una persona cara. Capiscono rapidamente che qualcosa di molto serio è accaduto e, quanto più piccolo il bambino, tanto più saranno possibili difficoltà ed incertezze interpretative. Nonostante la morte sia un argomento particolarmente spinoso da affrontare con i bambini, specie quando molto piccoli, essa è però parte integrante del naturale ciclo di vita e capita molto spesso che i bambini ne facciano prematura esperienza (anche attraverso la morte di un animale domenistico). E’ necessario che gli adulti di riferimento (genitori, educatori, insegnanti.. ) siano in grado di comprendere ed accogliere le espressioni emotive da parte del bambino, fornendo adeguato supporto ed accompagnandolo in questo difficile compito , dimostrandosi disponibili, nonostante le resistenze, a rispondere in maniera chiara e diretta alle domande del bambino sulla morte.

Numerosi sono gli aspetti da prendere in considerazione.

Innanzitutto è necessario tenere a mente l’età dei bambini ed il relativo stadio di sviluppo cognitivo.

Altro aspetto è la relazione con la persona deceduta , le sue caratteristiche, l’intensità affettiva del legame e la frequenza delle interazioni con il defunto.

Già verso i primi mesi di vita, il bambino non conosce la morte ma conosce l’assenza delle proprie figure di attaccamento. I bambini vivono la morte allo stesso modo in cui la vive un adulto, sanno perfettamente cosa sta accadendo e reagiscono di conseguenza. Avvertono il peso della perdita e ne soffrono. La perdita di una persona amata non solo causa al bambino molta infelicità ma può anche spaventarlo. Improvvisamente la morte è reale, vicina e si porta via le persone buone. Il suo mondo non è più così sicuro come credeva. Non bisogna aspettarsi di vedere reazioni adulte, ma date le difficoltà incontrate nella comunicazione verbale dei bambini più piccoli, l’espressione del lutto si manifesterà attraverso reazioni comportamentali e somatiche . Alcune manifestazioni somatiche infantili possono essere mal di testa, mal di stomaco, tensione muscolare, perdita dell’appetito, insonnia, iperattività e fatica, dolori al petto… Un bambino che perde un genitore può cominciare a temere di perdere anche l’altro. Ogni spiegazione logica è inutile. Ci vogliono amore e rassicurazione. Nessuno deve dirgli che è sciocco da parte sua credere una cosa simile. Alcuni bambini reagiscono diventando estremamente possessivi nei confronti del genitore sopravvissuto, per paura che possa andarsene anche lui. Altri reagiscono nel modo opposto prendendone le distanze, rifiutando di dargli la mano o il bacio della buona notte. Entrambi questi comportamenti sono delle richieste di aiuto e comprensione. Più si è capaci di dire la verità, meglio è. E’ sicuramente doloroso sentirsi dire che il papà o la mamma sono morti a causa di una malattia o di un’incidente, ma in questo modo il bambino si convince del fatto che il genitore non ha deciso di andare via volontariamente e che la possibilità che succeda anche all’altro genitore è remota. Dopo un lutto spesso i bambini si sentono in colpa, perché pensano che sia stato il loro atteggiamento a causarla. Vedono la morte come una punizione personale. Considerano la perdita di una persona cara come un rifiuto deliberato nei suoi confronti, e si creerà un’immagine di se stesso di poco valore, che non merita amore. Il senso di colpa può insorgere nel bambino anche quando scopre di essere ancora in grado di ridere e di sentirsi felice, nonostante la morte di qualcuno. Bisogna rassicurare sulla continuità della vita e sul fatto che ritrovare la felicità non vuol dire non aver amato abbastanza la persona scomparsa.

Lo stesso, per la morte di un fratellino o di un bambino della sua stessa età. Improvvisamente si renderà conto che la morte non riguarda solo i cattivi o i vecchi, ma capita anche ai bambini. E’ importante quindi condividere il più possibile ogni avvenimento con il bambino e spiegargli quello che sta accadendo.

Vi sarete anche chiesti spesso è’ giusto che vostro figlio vi veda piangere.   SI lo è. Mostrate i vostri sentimenti. Se siete infelici e volete piangere, lasciate che vi vedano. Forse piangeranno anche loro, ma non è sbagliato. I bambini devono sapere sin da piccoli che le emozioni esistono e vanno accettate. Aiutandoli a diventare consapevoli e comprensivi rispetto ai sentimenti altrui, diventeranno adulti più generosi e altruisti. Non parlate solo della morte in se stessa, ma dopo parlate anche della persona morta. Raccontate episodi relativi a momenti piacevoli. Così potrete installare in loro il significato della continuità e la capacità di amare e di essere amati anche quando qualcuno non c’è più.  Lo stesso vale per le foto della persona defunta. Non toglietele ma nemmeno trasformate la casa in un santuario o in un luogo in cui si attende il ritorno. Potreste creare confusione, ed invece ciò che più di tutto avete bisogno, sia voi che i vostri bambini, è rassicurazione e confronto.

Lasciate loro decidere se vivere o meno i momenti di rito accompagnati ad una morte. Supponendo che sia abbastanza grande per capire cosa sta accadendo (dai 4 anni in su), dopo avergli spiegato cosa accade anche durante la cerimonia, fatelo partecipare qualora volesse farlo, o rispettatene il rifiuto.

In ogni caso è necessario essere presenti sempre ed evitare che il bambino sia solo con il suo dolore, rispettando i suoi tempi. Nei casi in cui il percorso di elaborazione del lutto risulti difficile, con episodi di aggressività, isolamento, disturbi del sonno o fisici, è opportuno richiedere un intervento specialistico, in modo da facilitare il processo sia nel bambino che nella sua famiglia. Proprio come è accaduto a G. e la sua famiglia. 


Dott.ssa Dominique D'Ambrosi 

By DOMNIQUE D'AMBROSI 24 Feb, 2017

Cari lettori,

durante la mia ultima esperienza in una scuola media, un alunno di 13 anni, mi chiede : “Dottoressa, come mai quando prendo un buon voto, mamma non mi dice mai bravo, ma sempre “Però potevi prendere di più”, oppure “L’altro bambino ha preso un voto migliore”.? Abbiamo provato a capirlo insieme e mi risponde “Lo so che mi vuole stimolare a fare di più, ma deve dirmi anche qualche volta che quello che faccio va bene!”. Proviamo a metterci nei suoi panni, a ritornare noi bambini alla sua età: Come può sentirsi un bambino che non viene riconosciuto e visto nelle sue azioni, sentimenti, e pensieri?  Noi come ci saremmo sentiti?

Lo scopo principale delle cure parentali è preparare i figli a diventare adulti indipendenti, cioè in grado di garantirsi la sopravvivenza. Un neonato è in una condizione di dipendenza totale, ma se l’educazione ha successo, da giovane si evolverà in un essere umano responsabile e rispettoso di sé, in grado di affrontare con competenza ed entusiasmo le sfide della vita. Sviluppare la propria individualità è il primo compito di ogni essere umano, ma anche la prima sfida, perché non c’è garanzia di successo. Questo processo può interrompersi, bloccarsi o prendere la direzione sbagliata a qualunque stadio, dando luogo a questo o a quel livello di maturità mentale o emotiva. L’efficacia delle cure parentali consiste nel dare al bambino in primo luogo delle radici (per crescere) e in secondo luogo le ali (per volare via): la sicurezza di una base solida, e abbastanza fiducia per staccarsene. La qualità del rapporto tra il bambino e gli adulti importanti della sua vita ha un’alta influenza sullo sviluppo dell’autostima del bambino. Ma cos’è l’autostima?

L’ autostima è il valore che attribuiamo a noi stessi, come ci percepiamo, quanto ci amiamo e quanto siamo capaci di ottenere o fare qualcosa:

·         avere  un atteggiamento positivo

·         sentirsi  soddisfatti di se stessi il più delle volte

·         avere  una visione sana di se stessi

L’adolescenza è quella fase della vita nella quale i protagonisti cercano di trovare il loro posto nel mondo e di capire chi sono. È per questo che l’autostima ha un ruolo fondamentale: cavalcandola, i ragazzi potranno affrontare le diverse sfide che implica questa fase, che non sono poche e che  hanno tutte una certa importanza.

L’accettazione di se stessi si trasmette non mostrandosi per forza d’accordo (non è sempre possibile), ma ascoltando e riconoscendo i loro pensieri e sentimenti, evitando castighi, discussioni, insulti e la psicologia spicciola. Uno degli atteggiamenti più utili per favorire il sano sviluppo di un figlio è fargli sentire che la sua natura, il suo temperamento, i suoi interessi e aspirazioni sono accettati - che siano o meno condivisi. Non è realistico pensare che un genitore debba apprezzare qualunque atto di espressione di sé dei propri figli. Ma l’accettazione non deve richiedere apprezzamento né accordi di fondo. Un genitore può essere atletico, e il figlio no. Un genitore può avere genio artistico, e il figlio no. Un genitore può avere per natura un ritmo veloce, e il figlio caotico. Un genitore può essere estroverso, e il figlio introverso. L’uno può essere competitivo e l’altro no. O viceversa. Solo l’accettazione di tali differenze può far crescere l’autostima.

Ciò implica la visibilità psicologica . Essere visto, per un bambino, ripeto, non significa avere sempre l’approvazione incondizionata da parte di un genitore, bensì ricevere risposte coerenti con quanto comunicato. Se un bambino dice o fa qualcosa, e il genitore reagisce in un modo che egli sente coerente con il suo comportamento (esprimere gioia e sorridere, esprimere tristezza e consolare, compiere un’azione di cui si è orgogliosi e complimentarsi), allora si sente visibile. Al contrario, se si fa o dice qualcosa a cui si reagisce in modo che incongruo rispetto al comportamento (esprimere gioia e ricevere noia, esprimere tristezza e ricevere accuse di finzione, compiere un’azione di cui si è orgogliosi e ricevere critiche), allora si ci sente invisibili. Ci si sente non riconosciuti in quanto persone pensanti e con dei sentimenti. I bambini hanno un desiderio naturale di essere visti, sentiti e capiti, e anche di reazioni appropriate. Questo bisogno, infatti, è fondamentale ed urgente nella personalità in formazione. Ecco perché dopo aver compiuto una qualunque azione, il bambino tende a guardare i genitori per vederne la reazione: se percepisce la propria eccitazione come positiva, ma viene rimproverato o punito da mamma e papà, vive una esperienza di non visibilità. La visibilità non deve essere confusa con la lode. Guardare un bambino avere difficoltà con un compito a casa e dirgli “Mi sembra che tu abbia difficoltà in matematica”, oppure “Mi sembri in crisi, vuoi parlarne” non è lodarlo, ma implicano la sensazione di essere visto e capito nella sua difficoltà. Quando si mostra piacere o apprezzamento per le domande, le osservazioni o la sollecitudine di un bambino, quando riconosciamo positivamente e con rispetto i suoi sforzi espressivi, ne incoraggiamo l’ autoaffermazione . Se sorprendiamo un bambino fare qualcosa di giusto, manifestiamogli la nostra contentezza. Il bambino trarrà da solo le sue conclusioni. Le critiche devono essere rivolte sempre al comportamento del bambino e mai alla persona. Bisogna descrivere il comportamento, descrivere cosa si prova in merito, e descrivere cosa vorresti che il bambino facesse: “Io sono dispiaciuta perché hai fatto cadere i colori. Vorrei che tu li raccogliessi.” Dire: “sei un incapace e un imbranato”, si và a colpire la persona e quindi, la sua autostima. Aggredendo la sua autostima non gli si fa mai del bene. Mettere in dubbio il suo valore, l’intelligenza, la moralità, il carattere o la psicologia di un bambino, non gli ispiriamo comportamenti migliori.

Se riusciamo a rimproverarli senza però violare la loro dignità, se riusciamo a rispettare la loro autostima anche quanto siamo arrabbiati, abbiamo imparato a gestire uno degli aspetti più importanti e difficili dell’educazione.


Dott.ssa Dominique D'Ambrosi 

By DOMNIQUE D'AMBROSI 21 Feb, 2017

Il pensiero della morte, e la preoccupazione di vivere sfuggendo alla morte, occupa più di un qualsiasi altro tema la mente dell’uomo. L’uomo è un animale dotato di istinti e ha la stessa istintiva coscienza della morte che è propria delle forme inferiori di vita, segue lo stesso prevedibile schema di vita istintuale di tutte le cose viventi: nasce, cresce, giunge alla maturità, si riproduce, poi perde la sua forza vitale e muore. La morte è un fatto biologico che mette fine a una vita. Nessun altro evento vitale suscita nell’individuo pensieri più pervasi di emotività e, in quelli che vivono accanto, reazioni più puramente emotive.

La morte di qualcuno che ci è caro può scatenare moltissime emozioni, alcune prevedibili altre inaspettate. Tali emozioni vanno dalla tristezza può profonda a un senso di sollievo se la vita che si è appena conclusa era stata piena di dolore e sofferenza e, quindi, la persona non soffrirà più. Molte persone non amano palesare i propri sentimenti in presenza di altri e provano un forte disagio se qualcuno li sorprende a mostrare segni di grande emozione. In quanto essere umani, potete lasciarvi andare a sensazioni di dolore e di pena. Sentirsi rattristati per la morte di una persona non è indice di debolezza, ma è prova di generosità e sensibilità. In molti casi, soprattutto se la morte è stata improvvisa e inaspettata, la prima reazione è di incredulità, perfino di rifiuto. La mente non riesce ad accettare il fatto che una persona amata non ci sia più. Superata l’incredulità iniziale e resi conto di ciò che è accaduto, si devono affrontare tutta una serie di fasi emotive prima di riuscire ad accettare la realtà. Il succedersi delle emozioni causate da un lutto è generalmente il seguente: Incredulità o rifiuto; Dolore; Rabbia; Senso di colpa; Accettazione e pace.

E’ importante capire quale emozione si sta provando, per il proprio benessere futuro.

Il dolore è l’emozione principale, che si differenzia per intensità e durata. Alcuni riescono a dare libero sfogo al proprio dolore molto meglio di altri, e non è assolutamente una brutta cosa. Non c’è nulla di male a farsi consolare dagli amici e dalla famiglia nei momenti di sconforto. Se poi si hanno dei figli, è importante mostrare anche questo lato di se stessi, sebbene il primo impulso sia quello di evitare loro la sofferenza. Affinchè i bambini abbiano una crescita emotiva equilibrata è necessario che si rendano conto che gli adulti sono esseri umani. Piangiamo quando ci facciamo male, possiamo essere irrazionali e perdere la calma, possiamo ridere e sentirci felici oppure essere anche terribilmente stupidi. Tutte queste emozioni fanno parte della vita e i nostri bambini hanno bisogno di vedere che le proviamo e le condividiamo con loro. Il dolore, quando non viene accettato e provato fino in fondo, può rivelarsi deleterio sia per il corpo per la mente. Spesso abbiamo sentito parlare di casi in cui qualcuno è morto di “crepacuore” subito dopo la morte della persona amata. In realtà, ciò può verificarsi quando lo stress -causato dal voler nascondere al resto del mondo il dolore- diventa così forte da compromettere negativamente la pressione sanguigna, il cuore e la volontà di vivere di chi è rimasto in vita. Il dolore di un lutto non può scomparire del tutto, può sicuramente cambiare e diventare più sopportabile. Ma prima di riuscire a superarlo bisogna concedersi il tempo di soffrire. Del dolore fanno parte anche la rabbia, il senso di colpa o di rimpianto. Possiamo arrabbiarci verso la persona morta, amici, familiari o per il sole che splende e gli uccellini che cantano. Il senso di rimpianto per la relazione lasciata in sospeso. “Se gli avessi detto”, “Se avessi fatto”, “Se non avessimo litigato”, “Se fossi andato a trovarlo”. Tutti sé che aggiungono sconforto al senso di colpa della persona rimasta. La vita non è fatta di comportamenti ordinati e perfetti. Non tutto ha uno svolgimento prevedibile e non sempre possiamo prevedere un’azione o una conseguenza. Niente come la morte di una persona cara può farci sentire così terribilmente consapevoli del nostro essere mortali. Finché non capita di venire a stretto contatto con la morte, essa sembra essere qualcosa che succede solo agli altri e solo quando sono molto vecchi. Tale paura, è salutare se vissuta in minime proporzioni. Al contrario può sfociare in una condizione patologica di forte depressione, disturbi d’ansia, attacco di panico, somatizzazioni e altro. Tutti moriremo: questa è la sola certezza. Possiamo però scegliere noi cosa fare nel frattempo. Possiamo vivere in uno stato di continua apprensione, oppure vivere ogni giorno della nostra vita nel migliore dei modi.

Nel periodo successivo al lutto, la vita di chi resta deve andare avanti, ma a volte non si sa come. La prima cosa è quella di prendersi cura di se stessi. Non si può eliminare lo stress insito di questa situazione ma si possono evitare gli effetti negativi su di noi. Trovare il giusto tempo e la propria strategia di riacquisire piano piano sonno, di ritornare a seguire la propria routine personale. Ritornare lentamente a vivere nel presente, il proprio, anche dedicandosi del tempo. Non c’è nulla di male nel farlo, anzi, anomale sarebbe il contrario. Non sarebbe positivo cercare a tutti i costi di pensare ad altro e coprire e nascondere il dolore che si prova. Stabilite del tempo per i ricordi, fatelo scegliendo quelli positivi, ricordando i lati migliori e i bei momenti trascorsi insieme. All’inizio forse piangerete si, ma alla fine i bei ricordi avranno il sopravvento. Se c’è qualcosa che vorreste aver detto o non detto, fatto o non fatto, scrivete. Aprite il vostro cuore. Rileggetela e poi lasciatela andare. Accettate la realtà appena vi sentite pronti e avrete le capacità per stabilire un equilibrio tra il passato ed il futuro. Se sentite la necessità di parlare della persona scomparsa fatelo. Lasciatevi aiutare da amici o parenti o da un esperto, in grado di ascoltarvi e comprendervi, accompagnarvi con empatia verso l’elaborazione di tutte le proprie emozioni, lasciando andare la sensazione di onnipotenza del “ce la faccio da solo”. Lasciarsi aiutare a trasformare ciò che è un vincolo doloroso in un’opportunità di crescita e maturazione emotiva e personale.

Con affetto vi saluto e vi lascio con una poesia tratta da un sermone che Hanry Scott Holland ha tenuto nella domenica di Pentecoste del 1910:

La morte non è nulla.

Sono solo scivolato nella stanza accanto.

Io sono io e tu sei tu.

Quello che eravamo l’uno per l’altro, lo siamo ancora.

Chiamami col mio solito nome.

Parlami nel modo in cui eri solita parlarmi.

Non cambiare il tono della tua voce.

Non assumere espressioni forzate di solennità o di dispiacere.

Ridi come eravamo soliti ridere

Dei piccoli scherzi che ci divertivano.

Gioca… sorridi… pensami… prega per me.

Lascia che il mio nome sia la parola familiare che è sempre stata.

Lascia che venga pronunciato con naturalezza, senza che in esso vi sia lo spettro di un’ombra.

La vita ha il significato che ha sempre avuto.

E’ la stessa di prima.

Esiste una continuità mai spezzata.

Che cos’è la morte se non un incidente insignificante?

Dovrei essere dimenticato solo perché non mi si vede?

Sto solo aspettandoti, è un intervallo.

Da qualche parte molto vicino, proprio girato l’angolo.

Va tutto bene.


Dott.ssa Dominique D'Ambrosi 



By DOMNIQUE D'AMBROSI 17 Feb, 2017
Sempre più di frequente mi capita di sentire amici e conoscenti aver intrapreso relazioni amicali, occasionali o sentimentali su internet. Non c’è da sorprendersi se vediamo quanto la tecnologia ha preso parte alla nostra vita. In una società tecnologica, dove i messaggi hanno sostituito la voce, le foto la curiosità e l’attesa, dove i cellulari sono diventati il nostro primo interlocutore, in cui non ci si parla più guardandosi negli occhi e in cui la paura di trovare un senso alla propria esistenza fanno da padroni, lo schermo, il monitor aiutano. Aiutano a sfuggire da una realtà insoddisfacente e spenta che non si ha il coraggio di lasciare e cambiare, aiutano a colmare il senso di solitudine e il bisogno di amore e di un amore. Il nostro avatar diventa così rifugio, metafora di un qualcosa che vorremmo e l’altro solo un mezzo di piacere, un ansiolitico, un anti-depressivo pronto a nutrire fantasie ed immaginazione. Ci si ritrova a vivere “doppie vite”, a modificare la propria immagine ed il proprio essere, a plasmarlo in base a quello che può piacere al mondo esterno, a diventare qualcosa o qualcuno di diverso solo per ricevere un like, una sbandata, un cuore. On line ci si incontra, si chatta, si prova a modificare tutto ciò che non ci piace, che vorremmo, tranne che le emozioni…
Quelle no… resteranno reali! L’ammirazione, l’infatuazione, l’innamoramento, l’amore… quelle sono difficili da modificare e nascondere… ci si illude di aver incontrato il grande amore, la grande passione, tutto ciò che manca. E come ogni illusione, anche questa porta delusione, tristezza, ritornando a quella realtà che tanto rifiutiamo. La rifiutiamo al punto da pretendere tutto e subito, una foto, il numero di telefono, e la posizione lavorativa. Se superi il test iniziale si può andare avanti altrimenti si passa al prossimo, e al prossimo ancora, e ancora… Si diventa un profilo da cercare vivendo una corsa contro il tempo e contro la rete, una corsa alla ricerca del grande amore, della grande passione, delle grandi emozioni. Quelle difficili da vivere nella vita reale… Perché difficili? Cosa lo rende impossibile? Forse solo la paura di viverle, di essere davvero felici attraverso degli sguardi, delle parole, delle carezze. La paura dell’attesa di ricontrarlo, di rivederlo, di non piacere, di non essere corrisposti. Come si corteggia? Dove è finito? Sta svanendo… così come anche il romanticismo di un tempo, il dimostrare amore vero, quello che ora è solo un mero ricordo delle vecchie generazioni. In alcuni casi però, consapevoli di ciò che si cerca e della propria condizione psicologica, la si incontra davvero la persona giusta, la rete diventa solo un modo in più per conoscere gente nuova e diversa da quella dei propri ambienti, un modo veloce per ampliare le possibilità di incontrarla davvero. Può infatti accadere che un tuffo al cuore stravolga la vita dei protagonisti di questi "amori" e che un incastro perfetto, tra immaginario e realtà, si trasformi poi, in un' "alchimia emozionale" durevole per il resto della vita.

Buona alchimia a tutti!

Dott.ssa Dominique D'Ambrosi 
By DOMNIQUE D'AMBROSI 14 Feb, 2017

Che cos’è il bullismo e perché proprio durante l’età adolescenziale?

Come ben sappiamo  l’adolescenza, dal latino adolescere che vuol dire crescere, è un periodo di passaggio dall’infanzia al mondo adulto che ha come compito la scoperta di sé e della propria identità con il desiderio di autonomia e indipendenza. E’ un periodo di tanti e forti cambiamenti, dove l’immagine che il ragazzo/a ha di se’ può essere minacciata da diversi fattori: sociali e culturali; nuove tecnologie e social network; gruppo dei pari; cambiamenti fisici e soprattutto l’autostima. L’  autostima, valore che attribuiamo a noi stessi come persone, è una delle caratteristiche principali per la formazione della propria immagine. Tale valore può essere reale o ideale. La bassa autostima è caratterizzata da scarsa fiducia in sé e inibisce la presa di decisione a causa del forte senso di incertezza che permane anche dopo una scelta. Ogni piccola prova genera ansie e paure che spingono alla fuga piuttosto che ad un maggiore impegno. Questo stato di tensione favorisce un senso di fallimento nelle relazioni sociali che rinforza ulteriormente le convinzioni del soggetto creando un circolo vizioso di sensi di colpa. Il motore alla base è la paura. L’alta autostima invece è caratterizzata da una valutazione personale positiva, da un sentimento di benessere in virtù dei propri punti di forza. Il soggetto ha un’alta fiducia in sé e un’adeguata capacità di tollerare i fallimenti. Avere un’alta stima di sé è sentirsi serenamente adeguati alla vita. Da recenti studi è stato visto che i bambini vittime di bullismo soffrono di scarsa autostima, hanno un’opinione negativa di sé e delle proprie competenze (Menesini, 2000). A differenza delle vittime, i bulli appaiono spesso caratterizzati da un’alta autostima. Sembrano molto ottimisti, e riescono quindi a gestire molto più facilmente i conflitti e le pressioni negative, ed è per questo motivo che riescono facilmente a coinvolgere dei seguaci nelle loro azioni di prepotenza.
Vediamo nello specifico cos’è il bullismo.

Il termine bullismo deriva dalla parola inglese “bullying”, viene definito come un’oppressione, psicologica o fisica, ripetuta e continuata nel tempo, perpetuata da una persona o da un gruppo di persone più potenti nei confronti di un’altra percepita come più debole. Esistono diverse forme di bullismo:
-bullismo diretto fisico che consiste nel picchiare, prendere a calci e pugni, spingere, dare pizzicotti, graffiare, mordere, tirare i capelli, appropriarsi o rovinare gli oggetti degli altri.
bullismo diretto verbaleche consiste nel minacciare, insultare, offendere, prendere in giro, esprimere pensieri razzisti, estorcere denaro o beni materiali.
-bullismo indiretto che consiste nel provocare un danno psicologico attraverso l’esclusione dal gruppo dei coetanei, l’isolamento, l’uso ripetuto di smorfie e gesti volgari, la diffusione di pettegolezzi e calunnie sul conto della vittima, il danneggiamento dei rapporti di amicizia.
il cyberbullismo, oggigiorno sempre più frequente, in cui il bullo utilizza strumenti elettronici come computer o cellulare per molestare la vittima attraverso sms, chat, filmati e fotografie.
Il  bullo   è un soggetto più forte della media che ha un forte bisogno di potere. E’ impulsivo e irascibile, ha difficoltà nel rispettare le regole e per tale ragione assume comportamenti aggressivi verso tutti. Ha difficoltà comunicativa e relazionale approvando la violenza in ogni ambito e per ottenere vantaggi e prestigio. Non si assume mai la responsabilità delle proprie azioni. Il suo rendimento scolastico è basso e tende ad abbandonare la scuola.

La  vittima   invece è un soggetto più debole dei coetanei, è ansioso e insicuro, sensibile, tranquillo, con una bassa autostima; tende ad isolarsi, incapace di difendersi e bisognoso di protezione. E’ contrario ad ogni tipo di violenza e nega l’esistenza del problema, perché tende a colpevolizzarsi.

Il bullismo può essere sia maschile che femminile e lo si perpetra non solo a scuola, ma anche e soprattutto negli orari extrascolastici, durante il ritorno a casa, o per strada.
Questi atteggiamenti, sia del bullo che della vittima, tendono a radicarsi negli anni e a diventare parte integrante della personalità.
I bulli, a lungo tempo possono sviluppare comportamenti devianti e antisociali come crimini, furti, atti di vandalismo, abuso di sostanze ed utilizzare la violenza in famiglia e aggressività sul lavoro.
La vittima, invece, diventerà sempre più insicura ed ansiosa fino al punto di avere difficoltà emotive e relazionali più gravi come depressione e disturbi d’ansia.

Come si riconoscono il bullo e la vittima?

Il bullo è colui che prende in giro ripetutamente e in modo pesante, che intimidisce, minaccia, tira calci, pugni, spinge e danneggia cose.
La vittima invece torna da scuola con libri o oggetti rovinati, ha spesso lividi, ferite, non porta a casa compagni di classe o coetanei, non ha nessun amico per il tempo libero, non viene invitato a feste, ha paura di andare a scuola la mattina, può soffrire di disturbi allo stomaco, di mal di testa, disturbi del sonno, ha frequenti sbalzi d’umore: sembra infelice, triste e depresso e spesso manifesta irritazione e scatti d’ira e a volte chiede o ruba denaro alla famiglia (spesso per assecondare i bulli).

Cosa si può fare?  

Beh se si è vittima di bullismo si deve raccontare quello che è successo ad un amico, ad un insegnante, ai genitori o a una persona di cui ci si fida… mantenere il segreto non farà cambiare le cose! Chiedere aiuto non significa essere una spia o un debole, o non essere in grado di arrangiarti da solo, ma è il primo passo per risolvere la situazione. E’ questo quello che dobbiamo dire ai nostri bambini, aiutarli ad avere coraggio, coraggio di affrontare e di parlare, coraggio di non sentirsi soli, soprattutto nella sua famiglia. Insegnargli a fidarsi di chi ha intorno, come aiuto possibile e non come minaccia. E soprattutto aiutare loro a capire che se è stato vittima di bullismo non è stata colpa sua e che non è lui ad avere qualcosa che non và.

  Nessuno merita di subire prepotenze, nessuna razza, nessuna specie, nessuna età!


Dott.ssa Dominique D'Ambrosi

By DOMNIQUE D'AMBROSI 13 Feb, 2017

Dopo i 9 mesi di gravidanza, ecco che “E’ nato!!!!!”. Fiocco blu o fiocco rosa? Maschietto o femminuccia? Tutti concentrati sul nuovo arrivato… ma al fiocco rosso, quello della nuova famiglia, ci avete mai pensato?

La nascita di un bambino segna anche la  nascita di una famiglia, di cambiamenti, esperienze ed emozioni nuove. Uno dei cambiamenti più importanti è proprio il passaggio al nuovo ruolo, alla responsabilità di perdere una parte di sé stessi, l’essere figlio, per assumere un nuovo ruolo, quello di adulto e quindi  l’essere genitore. Ciò può far emergere e affiorare ricordi ed emozioni rispetto al proprio modello genitoriale appreso e portare a chiedere a se stesso: “Che genitore ho avuto? E che genitore voglio essere? Sarò un bravo padre? Sarò una brava madre? Ma soprattutto, può portare a chiedere al compagno: “Cosa mi aspetto dal mio compagno? Come mi aspetto che lui sia come padre o come madre? Saremo capaci?”. Care mamme, anche i papà hanno paura, provano i vostri stessi dubbi, le vostre stesse incertezza, ma mentre voi avete un contatto diretto con il bambino, loro devono costruirlo lentamente alla nascita, anche e soprattutto attraverso di voi.  Il ruolo del padre, questo sconosciuto, se durante la gravidanza e nei primi tre mesi è fondamentale nel sostegno della madre e nello svolgere funzioni materne, dopo acquista un ruolo personale e diverso, compagno del distacco dalla madre e dell’esplorazione, supporto alla crescita fisica ed emotiva. Il bimbo entra in contatto e conquista la percezione di sé e del mondo attraverso la relazione dapprima con la madre, poi con entrambi i genitori, poi con il resto dell’ambiente esterno. Nella maggior parte dei casi però, nonostante la nascita sia un momento di grande felicità, tuttavia molte coppie hanno difficoltà nell’accettare questo nuovo ruolo sperimentando stress di vario genere. Un esempio è la consapevolezza della dipendenza del bambino che implica l’adozione di un nuovo stile di vita sia dell’attività lavorativa che del tempo libero. Se a tali aspetti di tempo, si accumulano anche l’assenza o la diminuzione di spazi di intimità e di tempo per la coppia, la gestione della stanchezza dei partner, e l’incapacità di gestire l’“intrusione” di nonni e parenti, allora si può arrivare anche ad una crisi di coppia. Non prendiamoci in giro: l’equilibrio iniziale della coppia viene messo in discussione dal nuovo arrivato. 

Ma come affrontare ciò? 

Non bisogna mai dimenticare che prima di essere genitori si è coppia e questo spazio deve continuare ad esistere senza intrusioni. Se la coppia è davvero coppia, il figlio può fare il figlio, altrimenti diventa collante dell’unione tra i due genitori, può diventare il partner sostitutivo e a volte anche un rifugio affettivo per i genitori. Mantenere l’equilibrio di coppia significa innanzitutto avere la consapevolezza che momenti di tensione, defaillance e incomprensione sono normali e non vanno estremizzati. Dovete prendervi cura non solo del bambino che avete messo al mondo ma anche della vostra relazione. Se la coppia và in crisi anche il bambino ne risente. 

Come si fa?  

Semplice!!! Comunicazione.  Comunicare tra di voi   è il modo migliore per prevenire le discussioni. Può succedere che i neo-genitori siano talmente presi dalla cura del piccolo da “dimenticarsi” di trovare del tempo per sé e che piccoli ‘fastidi' si trasformino in grossi problemi per la coppia. Cercate di essere chiari tra di voi e non date mai niente per scontato.  Dedicate tempo di qualità al partner ritagliando, magari a fine giornata, qualche minuto o dedicandovi un giorno della settimana per riscoprirvi complici, amanti, sostenervi reciprocamente, per essere una cosa sola. Bisogna tenere a mente che si è deciso di diventare genitori perché si è legati da un amore profondo ed è proprio questo che dovrebbe dare sostegno ed energia per crescere un figlio. Tutto ciò deve essere coltivato ogni giorno per rendere più saldo e stabile l’equilibrio della coppia che si rafforzerà ancora di più se gestito consapevolmente. A volte le incombenze quotidiane e la stanchezza fanno perdere di vista che è bello “  essere in tre”.

In un momento in cui vi sembrerà che il “tempo non basti mai” e che le cose da fare siano sempre troppe, questi pochi minuti “rubati” per voi saranno un dono prezioso per il  benessere della vostra nuova famiglia.


´╗┐Dott.ssa Dominique D'Ambrosi 

 

By DOMNIQUE D'AMBROSI 01 Feb, 2017

L’adolescenza è quel tratto dell’età evolutiva caratterizzato dal passaggio dall’età infantile all’età adulta che espone l’individuo al duplice processo di separazione e di nascita. L’adolescente che varca i confini della sua famiglia (separazione) attraversa una zona deserta, vuota, a cui è molto difficile appartenere: un vuoto che genera insicurezza ed ansia tanto da spingere l’adolescente verso altri spazi e luoghi con schemi e regole diverse da quelle della propria famiglia. Questi spazi sono quelli dei coetanei e degli adulti in cui bisogna ri-nascere e ri-costruire appartenenze.

TRASFORMAZIONI E CONFLITTI

Ogni sistema d’appartenenza, famiglia, adulti o coetanei arricchisce e potenzia i repertori emozionali, cognitivi e comportamentali dell’individuo che utilizzerà in maniera diversa in base alle sue esigenze di crescita.  L'adolescenza si caratterizza in relazione all’esperienza del divenire, del cambiamento, delle molteplici trasformazioni che si succedono nell’arco di un tempo relativamente breve e denso di avvenimenti pregnanti. Trasformazioni che risultano numerose, profonde e contraddittorie, poiché l’individuo è alle prese con i conflitti, le angosce e i meccanismi di difesa mobilitati dai cambiamenti puberali da un lato e dalla difficoltà di acquisizione di ruoli e status adulti dall’altro. Compito peculiare è modificare, ristrutturare, rinnovare le condotte, le relazioni, i modelli, i gruppi di riferimento attraverso lavori di sperimentazione;  costruire la propria identità personale, in modo da potersi sentire lo stesso pur nella tempesta di mutamenti che attraversa.

Il primo e maggiore sconvolgimento con cui l’adolescente deve fare i conti è costituito dalle rapide trasformazioni del corpo, sia quelle visibili che invisibili come il rinforzarsi della muscolatura. Crescita spesso rapida che l’adolescente assiste da spettatore esterno in particolar modo quando non è aiutato in tale sperimentazione. Importante è il  rispecchiamento nei diversi sistemi di appartenenza: in famiglia attraverso il significato che si dà al corpo ed al rapporto con esso; con i pari attraverso il confronto a livello muscolare per i maschi o alle forme del loro corpo per le femmine; con la società, attraverso le immagini di corpi "perfetti" appartenenti al mondo dello spettacolo.

COME AFFRONTARE IL CAMBIAMENTO?

Come ogni fase del ciclo di vita, le modalità con cui si affrontano i passaggi ed eventuali crisi sono diverse da individuo ad individuo. Io qui voglio soffermarmi in particolare sui casi di difficoltà di rispecchiamento e di utilizzo del corpo e del cibo per comunicare un disagio. Il  cibo può infatti assumere un ruolo molto importante, quello di metafora, diventando sia espressione di sentimenti positivi, il piacere, che di sentimenti negativi, come ansia, rifiuto, diffidenza… Se da una parte il momento del pasto può essere un momento di condivisione, confronto e unione in una famiglia con lo scopo di rafforare le relazioni e la comunicazione, dall'altra parte può diventare oggetto di conflitti, di tensioni e di lunghi silenzi. Diventa un mezzo di comunicazione negativa per esprimere rabbia e frustrazione, mostrati abbandonando la tavola, gridando, rifiutando il cibo con reazioni di soffocamento, nausea, oppure mangiando male e velocemente, a volte anche senza fame. Questi vissuti e comportamenti possono costituire un terreno di selezione per l’emergere dei  Disturbi del Comportamento Alimentare  .

MA QUALI MESSAGGI SI VOGLIONO MANDARE ATTRAVERSO TALI COMPORTAMENTI?

L’anoressia, rifiuto di mantenere il proprio peso al di sopra del normale, e la  Bulimia, alternarsi di periodi di abbuffate ad altre di digiuno, sono espressione di una sofferenza interiore che non trova altri canali di comunicazione. Attraverso tale autodistruzione l’individuo cerca di comunicare il proprio senso di inadeguatezza, di impotenza, di incapacità nel definirsi un individuo autonomo rispetto ai propri genitori. L’anoressica/o cerca di controllare i propri bisogni di autonomia e di indipendenza attraverso il bisogno di controllo del cibo e la bulimica/o cerca di colmare i propri vuoti interni di amore attraverso le abbuffate. Lo stesso vuoto viene colmato anche dall’obeso/a, con la differenza che la bulimica/o dopo aver mangiato voracemente si sente in colpa e vomita. Nell’  obesità, il cibo viene usato anche per compensare stati d’animo come ansia, depressione, rabbia o qualsiasi altro disagio psicologico. Attraverso esso l’individuo si difende dal proprio vuoto interiore provando a costruire una barriera corporea per rinforzarsi.

Alla base di tali disturbi potrebbero esserci quindi senso di inefficacia, bisogno di amore, incapacità di gestire fallimenti, difficoltà di relazione e comunicazione all’interno del nucleo familiare.

La  comunicazione, così come ogni altra esperienza relazionale, viene esperita in prima battuta all’interno del nucleo familiare. Ogni individuo cresce e si sviluppa nell’incontro con gli altri. In famiglia si impara ad esprimersi, a comunicare sia in modo verbale che non verbale, a convivere con gli altri, a gestire momenti di conflitto tra le proprie idee e quelle dei propri cari. C ome può un adolescente comunicare con parole d’amore se in famiglia ha appreso tutt’altro linguaggio? Come può un ragazzo in fase di sviluppo sentirsi a proprio agio con il suo corpo se si sente giudicato in primis dai genitori?   Ad esempio Elisa (nome di fantasia),15 anni, è magra e lotta quotidianamente con una madre che le dice di essere grassa.  Come può Elisa non sviluppare un disturbo a livello corporeo?

Per questo è  importante affiancare a percorsi nutrizionali anche una psicoterapia, che aiuti a migliorare il modo di comunicare e a fuoriuscire la sofferenza interiore. In particolare durante l’adolescenza la patologia non è ancora strutturata ed ha più possibilità di cura e guarigione.

Comunicare deve diventare un vero e proprio esercizio quotidiano dato da una costante attenzione rivolta all’altro; è importante sapere che tutto ciò non è meccanico ma va creato, curato, aiutato.

  

Dott.ssa Dominique D'Ambrosi 

Share by: